Il lavoro: libertà e dignità dell’uomo in tempo di crisi economica e sociale

Messaggio della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace per la Giornata del 1° maggio 2016

Il dato prevalente è che il lavoro in Italia manca. Una scarsità che porta sempre più persone, impaurite dalla prospettiva di perderlo o di non trovarlo, a condividere l’idea che nulla sia più come è stato finora: dignità, diritti, salute finiscono così in secondo piano. Si tratta di una deriva preoccupante messa in moto dal perdurare di una crisi economica stabilmente severa, da una disoccupazione che tocca diversi segmenti anagrafici e demografici (i giovani, le donne e gli ultracinquantenni), e da un cambiamento tecnologico che da più parti viene definito in termini di “quarta rivoluzione industriale”. Rispetto a questa situazione, non sfugge la pertinenza del richiamo alla responsabilità degli imprenditori formulata nell’Evangelii gaudium, e ripresa nel Messaggio del Pontefice al Forum economico mondiale di Davos; tuttavia, si possono prefigurare responsabilità più ampie e diffuse. A ben vedere, infatti, anche i lavoratori hanno una responsabilità con la quale fare i conti: il lavoro, che ci sia o meno, tracima e invade le vite delle persone, appiattisce il senso dell’esistenza, così che chi non aderisce a questa logica viene scartato, rifiutato, espulso.

Ecco la responsabilità che tutti ci troviamo a condividere: l’incapacità di fermarci e tendere la mano a chi è rimasto indietro. Intimoriti e atterriti da un mondo che non offre certezze, scivoliamo nel disinteresse per il destino dei nostri fratelli e così facendo perdiamo la nostra umanità, divenendo individui che esistono senza trascendenza e senza legami sociali. La ricerca della «giusta misura» è la missione consegnataci dal Papa nel Discorso per il ventennale del Progetto Policoro, quando ha invitato a riscoprire la «“vocazione” al lavoro», intesa come «il senso alto di un impegno che va anche oltre il suo risultato economico, per diventare edificazione del mondo, della società, della vita».

L’educazione al lavoro

Oggi più che mai c’è quindi bisogno di educare al lavoro e la situazione è tale da richiedere una riscoperta delle relazioni fondamentali dell’uomo. Il lavoro deve tornare a essere luogo umanizzante, uno spazio nel quale comprendiamo il nostro compito di cristiani, entrando in relazione profonda con Dio, con noi stessi, con i nostri fratelli e con il creato. Bisogna, in altre parole, fuggire dall’idea che la vera realizzazione dell’uomo possa avvenire nell’alternativa “solo nel lavoro o nonostante il lavoro”. Il tempo dell’uomo è invece tempo operoso. Questa riflessione è valida per tutte quelle persone che guardano in modo disilluso e stanco alla propria vita lavorativa e, soprattutto, per tutti quei giovani che disperano di poter trovare un’occupazione o languono facendo un lavoro che non li soddisfa. Il pensiero è valido a maggior ragione per i datori di lavoro che gestiscono imprese, laboratori, botteghe e uffici con criteri esclusivamente utilitaristici. Il lavoro deve essere sempre e comunque espressione della dignità dell’uomo, dono di Dio a ciascuno.

Questo tema trova particolare espressione nell’elaborazione di percorsi educativi per le giovani generazioni da parte delle comunità cristiane con una precisa attenzione all’orientamento al mondo universitario. L’esperienza universitaria non può soggiacere unicamente alla logica economica di mercato e di preparazione di persone competenti nei campi della sola organizzazione del lavoro. La formazione culturale e l’elaborazione di esperienze spirituali e morali che plasmino l’identità della persona e aprano ai valori della giustizia, della solidarietà e della cura per il creato costituiscono le condizioni di base per una corretta e completa educazione al lavoro stesso.

Il binomio scuola-lavoro

Oltre a questo senso originario, la dimensione educativa del lavoro va ritrovata anche all’interno delle istituzioni formative, facendo in modo che scuola e lavoro siano due esperienze che si intrecciano e interagiscono: i giovani devono poter fare esperienze professionali il prima possibile, così da non trovarsi impreparati una volta terminati gli studi.

L’alternanza scuola-lavoro, così come è stata di recente riformata, rappresenta una leva fondamentale poiché permette a un numero sempre più ampio di giovani di capire quali sono le competenze e le capacità richieste dal mercato del lavoro. Inoltre, non bisogna dimenticare che questo genere di esperienze possono favorire anche lo sviluppo di una propensione all’auto-impiego: l’Italia non può continuare a sprecare l’intelligenza, il talento e la creatività dei suoi giovani, che emigrano nella speranza di essere accolti altrove. Occorre creare per loro spazi di sperimentazione, dove lasciare libera espressione alla creatività e all’intraprendenza: ci sono tanti piccoli, ma significativi segnali che mostrano quanto la collaborazione, la partecipazione e la solidarietà possano essere gli ingredienti di base per ricette imprenditoriali nuove, esperienze che rompono con la «globalizzazione del paradigma tecnocratico», senza per questo essere improduttive o economicamente fallimentari. L’esperienza del Progetto Policoro è prova reale e concreta delle possibilità che si schiudono ai nostri territori quando si sanno mettere all’opera. Cooperative di servizi, start-up tecnologiche, aziende di agricoltura sociale, oltre a essere innovative per il prodotto proposto al mercato, sono spesso innovative anche nelle forme di produzione: aziende inclusive, solidali, basate sulla relazione e sulla valorizzazione del talento delle persone.

Interdipendenza culturale ed economica Nord-Sud

L’impegno nelle direzioni segnalate è peraltro necessario per porre argine a una delle disuguaglianze storiche dell’Italia. Il Meridione è una terra che nel corso dei decenni ha subìto un depauperamento economico e sociale tale da trasformare queste regioni in una seconda Italia, povera, sofferente e sempre più infragilita. L’emigrazione è il tratto macroscopico di questa situazione: negli ultimi dieci anni hanno abbandonato il Sud oltre 700mila persone, giovani, laureati, studenti, imprenditori tutte persone che, quasi sempre a malincuore, hanno lasciato la propria terra con l’amarezza di non poter contribuire alla sua rinascita. Ciò che colpisce e inquieta di questa situazione è la mancanza di consapevolezza rispetto al fatto che il destino delle diverse aree del Paese non può essere disgiunto: senza un Meridione sottratto alla povertà e alla dittatura della criminalità organizzata non può esserci un Centro-Nord prospero. Non è un caso che le mafie abbiamo spostato gli affari più redditizi nelle regioni del Nord, dove la ricchezza da accaparrare è maggiore.

Sotto questo profilo, le misure da mettere in campo sono numerose. In prima battuta, è necessario prevedere uno strumento di contrasto alla povertà che poggi su basi universalistiche e supporti le persone che hanno perso il lavoro, soprattutto gli adulti tra i 40 e i 60 anni che non riescono a trovare una ricollocazione. Oltre a quanto già indicato circa l’incentivazione di forme di dialogo scuola-lavoro, bisogna dare spazio all’innovazione e alla creatività, creando le condizioni per un sistema produttivo capace di liberare la fantasia e le capacità dei giovani e di tutte le persone con buone idee. A ben vedere, lungo queste direttrici qualcosa si sta muovendo, sia a livello istituzionale sia dentro la società civile e il mondo dell’impresa. Tuttavia, la strada è ancora lunga perché l’Italia è stata per troppo tempo ferma: è giunto il momento di ricominciare a camminare, nessuno escluso, mettendo in pratica quell’«ecologia integrale», che è la base del nostro stare al mondo.