LA POLITICA ITALIANA VERSO L’EMIGRAZIONE

Gli italiani all’estero hanno sempre lamentato, e spesso biasimato, lo scarso interesse dimostrato dallo Stato di origine nei loro confronti. Dal loro punto di vista la querimonia non sembra infondata, ma, in realtà, sostiene Aldo Aledda nel suo ultimo libro, è solo comune a tutte le altre che emergono dai diversi spaccati della società italiana. Si tratti di ambiente (terremoti e alluvioni), sanità, trasporti, ecc., dovunque si colgono i limiti dell’azione pubblica. Probabilmente è solo la distanza dal paese di origine che non consente ai connazionali all’estero di  accorgersi dell’analogia di trattamento dei loro problemi con quelli dei residenti in  Italia. E tutto ciò, conclude l’autore, anche da studioso dei problemi della pubblica amministrazione, a parte le inevitabili responsabilità politiche, è frutto soprattutto delle mancate riforme in questo campo che fanno ricadere sui connazionali all’estero (magari gratificati nel paese in cui vivono da servizi e burocrazie molto più efficienti) tutto il peso di un apparato la cui sostenibilità è affidata solo alla buona volontà dei singoli funzionari.

I conti sembrano in qualche modo tornare all’autore quando analizza i risvolti politici dalle origini della grande emigrazione italiana. Lo stato liberale del Regno, dopo un approccio cauto e conoscitivo (anche se un po’ preoccupato per i riflessi sull’agricoltura), si mostra fedele ai principi del laisser-faire lasciando liberi i singoli di espatriare occupandosi soltanto, da stato-nazione moderno, di tutelarne i diritti e, per quanto possibile, la salute fisica e morale. Lo stato fascista utilizza l’emigrazione ai fini di potenza. La nuova Repubblica riserva all’ondata emigratoria cha monta nel secondo dopoguerra sotto i suoi occhi analisi, studi, conferenze nazionali, audizioni parlamentari, costituzione di commissioni, ecc. Impaurito del ripetersi di un’esperienza autoritaria, il nuovo costituente (che dà spazio nella carta fondamentale anche all’emigrazione, art. 35) crea i presupposti per un nuovo clima democratico attraverso un sistema istituzionale di poteri diffusi che comunque favorisce il confronto e l’analisi più che la decisione. E così, tra enunciazioni di principio, prese di posizioni e conferenze, appunto, si avvia a decantazione, alla fine degli anni settanta, anche il problema dell’emigrazione. Sul tavolo rimane l’esigenza di dare in qualche modo spazio alla rappresentanza degli italiani all’estero, la cui voce diviene sempre più insistente paradossalmente quanto più si assottiglia la propria base. E così, mentre si avvicinano gli anni novanta, che hanno visto l’autore assumere anche la veste testimone privilegiato per via di alcuni incarichi istituzionali, egli costata che lo stato applica anche alla dirigenza del mondo organizzato dell’emigrazione la collaudata tecnica dell’associazione di chi alza maggiormente la voce alle responsabilità di governo. A livello periferico, ossia le sedi consolari, attraverso la creazione di comitati vari che culminano con l’istituzione dei Comites, e, nel 1989, a livello centrale con la creazione del Consiglio generale degli italiani all’Estero (CGIE), organo dello stato presieduto dal ministro degli esteri e, infine, nel 2001, col voto degli italiani all’estero che consente ai maggiori leader della comunità italiana oltreconfine, di divenire finalmente essi stessi istituzione. A vedere bicchiere mezzo pieno il successo si profila totale. A vederlo mezzo vuoto, sembra di capire dalle riflessioni dell’autore, si è solo in presenza di un disegno di stile bismarckiano di cooptazione delle classi dirigenti finalizzato al graduale svuotamento delle loro istanze di base. Infatti, poco dopo gli anni 2000 (soprattutto nel 2008 in coincidenza con la crisi economica), l’impegno finanziario del sistema stato-regioni – vera cartina di tornasole della volontà politica, sostiene Aledda – si riduce ai giorni d’oggi di quasi l’ottanta per cento, con alcune importanti regioni che addirittura azzerano il relativo capitolo di spesa.

Si è in presenza di un disegno? Se così può sembrare a prima vista, anche in questo caso Aledda non si vuole fermare alle apparenze e rinuncia a indossare i pani del giallista politico, che vede ovunque cospirazioni e intrighi, in favore di quello più rassicurante dell’analista. Perciò gli sembra che, a fronte di un’opinione pubblica poco interessata alla sorte e alle vicende dei connazionali o dei vecchi parenti emigrati e di una classe politica dalla vista corta, sia difficile individuare un qualche disegno ma solo una succedersi di situazioni confuse e slegate sul piano istituzionale che si basano sull’incapacità cronica del sistema politico-amministrativo italiano, di stampo ancora primo-novecentesco, di tradurre le analisi e le riflessioni tipiche di un sistema democratico in azioni concrete e coerenti. Ma soprattutto è mancato, e sembra mancare tuttora, un disegno che miri a raccordare il grande mondo degli italiani all’estero con quello dei residenti o, ancora di più, secondo le ipotesi di Piero Bassetti, col più vasto mondo degli “italici” (ossia tutti coloro, anche stranieri, che si riconoscono nella cultura e nei valori italiani). Se in questo campo, conclude l’autore, è chiaro che lo stato non può fare tutto, perché è indispensabile che si muovano soprattutto gli spaccati di società interessati, però una cosa la può fare: fondare una politica estera che, senza disturbare alcuna potenza amica, crei un soft-power italiano nel mondo con innegabili vantaggi anche economici per il nostro paese (anche se, qua e là, osserva che l’emigrazione italiana ha sofferto troppo dall’essere stata concepita strumentalmente solo in termini di “risorsa” economica).

Infine uno sguardo alla ripresa dell’emigrazione dall’Italia. Per Aledda, anche in questa occasione emergono inveterati limiti di approccio. Intanto il definirla “giovanile”. Le emigrazioni sono state sempre e in larga misura di “giovani”. Solo che questa etichetta rappresenta un pretesto per un approccio paternalista e contraddittorio al problema: prima racconti che il mondo è globale o che, soprattutto, in Europa i giovani devono circolare per farla realmente tale, poi gli dici che devono rimanere in Italia a consolidare il sistema (o addirittura non muoversi dalla propria regione). L’aspetto preoccupante per l’autore è che in questo modo riemergono vecchie e infondate paure che risalgono fino ai tempi delle prime emigrazioni ottocentesche in cui chi lasciava la famiglia e il villaggio era inviso alla società di origine, e altre nuove che si legano alla paura dello straniero che delinque, porta via il posto di lavoro, altera i valori fondanti, ecc. E tutto ciò accade, sostiene Aldo Aledda, soprattutto quando si parla di esodo di professionalità, senza che nessuno voglia ammettere che la fuga di quasi tutti (non solo dei cosiddetti “cervelli”) avviene per avversione a un sistema vecchio, clientelare e scarsamente meritocratico e, per conseguenza, senza che chi ne abbia le responsabilità si ponga minimamente il problema che è proprio quello che deve cambiare, non solo per rendere possibile il rientro di chi vuole tornare in patria ma anche per consentire l’ingresso di energie  straniere, come capita nei paesi più avanzati. Infatti la circolazione fisica, il confronto delle esperienze e il mescolamento delle culture – è uno dei messaggi di fondo del libro –  rappresentano il presupposto per la crescita della società italiana che, in caso contrario, è destinata non solo all’invecchiamento ma anche alla decadenza.

 

(Elisa Sodde)

 

Aldo Aledda, Gli italiani nel mondo e le istituzioni pubbliche. La politica italiana nei confronti dell’emigrazione e delle sue forme di volontariato all’estero (Milano, FrancoAngeli, 2016) pp. 240 € 31 e.book € 22.