L’intervento di Franco Narducci al seminario UNAIE, Roma 26 febbraio 2015

Percorsi migratori e organizzazioni degli italiani all’estero                                             Leggi resoconto del Seminario

 

Confronto tra mondo Accademico e associazionismo italiano all’estero tra Stati Generali ed Expo2015

Sono particolarmente lieto di poter introdurre i lavori di questo seminario sul mondo dell’associazionismo italiano all’estero che l’UNAIE ha organizzato avvalendosi del contributo del mondo accademico, in particolare dei professori Carlo Brusa dell’Università del Piemonte Orientale, professoressa Flavia Cristaldi dell’Università La Sapienza di Roma, dottoressa Silvia Aru dell’Università di Cagliari.

Un mondo accademico che negli ultimi decenni ha fornito innumerevoli chiavi di lettura e strumenti di analisi di quel complesso e straordinario fenomeno dell’emigrazione di massa dall’Italia, che ha attraversato indistintamente il nostro Paese e ha generato una vera e propria diaspora italiana nel mondo.

Ringrazio Delfina Licata e la Fondazione Migrantes che da anni analizzano a fondo l’attualità dell’emigrazione italiana e con il Rapporto italiani nel mondo offrono al Paese e agli studiosi uno strumento preziosissimo per comprenderne l’evoluzione e l’affacciarsi di nuovi fenomeni e problematiche.

Così come ringrazio i relatori che animeranno la discussione nella seconda parte del seminario, l’On, Fabio Porta, Mons. Giancarlo Perego, Gianni Bottalico, il Professor Giuseppe Colaviti, Rodolfo Ricci e Rino Giuliani.

Solitamente il mondo degli italiani all’estero è avvezzo a un confronto che si esplicita quasi sempre sul terreno della politica e con i rappresentanti delle istituzioni statali e regionali. Eppure, come abbiamo rilevato nel nostro documento base, il mondo accademico ha avuto il grande merito di allargare l’orizzonte e di schiudere un universo che appariva per lo più terreno d’intervento per gli specialisti di alcuni ministeri e gli addetti ai lavori. L’ha fatto attraverso pubblicazioni, studi scientifici, indagini settoriali, analisi di banche dati spesso recuperate nei paesi di accoglimento, offrendo a tutti un quadro reale del fenomeno migratorio italiano e soprattutto un contributo decisivo alla rimozione del velo di silenzio e di oblio che per decenni è stato steso sugli italiani emigrati, anche per incuria di tanti intellettuali italiani.

 

Ora - alla vigilia di un evento come Expo2015 e all’approssimarsi di un altro evento importantissimo per gli italiani all’estero, gli Stati Generali dell’associazionismo italiano nel mondo - noi crediamo che il mondo accademico e quello dell’associazionismo all’estero possano intensificare il confronto e intraprendere percorsi comuni con un duplice scopo: da un lato per capirsi a fondo e passare dall’analisi alla proposta; dall’altro per conferire autorevolezza a un progetto di rinnovamento dell’associazionismo all’estero e allo studio dei nuovi percorsi migratori che stanno interessando in misura crescente l’Italia.

Su quest’ultimo versante l’obiettivo, quindi, non è solo ritrovare e aggiornare le ragioni di un impegno del tradizionale associazionismo degli italiani all’estero, carico di due secoli di storia, ma anche di richiamare l’attenzione dello Stato e delle Regioni sulle nuove spinte migratorie, caratterizzate certamente dalla mancanza di lavoro e dalle forme di precariato che colpiscono in particolare i giovani, nonché da una crescente mobilità delle persone, facilitata dalla rapidità ed efficienza dei mezzi e delle reti di trasporto, dalla diffusione dei sistemi di comunicazione e dalla facilità dell’accesso agli stessi, dalla globalizzazione dei mercati e dall’internazionalizzazione della cultura.

Dai dati forniti annualmente dal Dipartimento dell’immigrazione australiano si rileva che il visto di entrata più diffuso fra i giovani, il “Working Holidays”, è in netta crescita soprattutto per gli italiani. Si tratta di un dato indicativo per quella realtà, anche se gli ingressi con il “Working Holidays” non dicono ovviamente tutto sul fenomeno migratorio.

Nell’Unione Europea il tema della mobilità professionale dovrebbe essere per definizione un cardine delle politiche di cittadinanza e del lavoro: “da migranti a cittadini europei”. E invece aumentano le disuguaglianze, come pure gli squilibri geografici e la disoccupazione, specialmente quella giovanile. E non si può negare che si sta facendo strada una crescente sfiducia nell’Europa che abbiamo costruito, alimentata da movimenti populistici e argomenti che fanno presa su considerevoli ceti della popolazione.

Io credo che occorra porre sempre l’accento sul fatto che l’Europa non è uno Stato ma una Unione. E questa parola, Unione, è densa di significato. Esprime una volontà, un intento comune raggiunto insieme ad altri, una serie di valori che formano una coscienza. La volontà di cambiare per porsi un obiettivo e un futuro migliore. Così è nata l’Unione Europea. Ma c’è ancora della strada da percorrere, unendo le forze, affinché la Storia d’Europa possa crescere e rinsaldarsi.

L’evoluzione demografica, la questione delle risorse naturali, l’approvvigionamento dell’energia, il ruolo delle economie emergenti nel commercio mondiale, la crescente dipendenza dalla conoscenza e dalle tecnologie nel settore economico e commerciale, le continue incertezze nel settore bancario, sono sfide importanti che devono essere affrontate con urgenza e sarebbe gravissimo illudersi che esse possano essere affrontate rinchiudendosi nell’alveo delle politiche e degli egoismi nazionali o con fughe che non sono in avanti ma guardano al passato. Un passato che avevamo rimosso e affidato le nostre prospettive di cittadini europei al più grande progetto politico della millenaria storia del nostro continente.

Il fenomeno delle nuove mobilità e migrazioni occuperà uno spazio ampio negli Stati Generali dell’associazionismo italiano nel mondo. Esso, infatti, impone un’analisi puntuale, senza retoriche e infingimenti, dell’associazionismo esistente per progettare quello del futuro. Un associazionismo capace d’integrare la tradizionale presenza organizzata con i nuovi bisogni e le necessità che caratterizzano le sfide attuali e future.

Occorre un progetto nuovo e una visione nuova del ruolo delle comunità di italiani e di italici all’estero, che tenga conto dei processi d’integrazione e nello stesso tempo della domanda di partecipazione politica. D’altra parte è necessario che il variegato mondo dell’associazionismo agisca secondo un principio di responsabilità e di cooperazione sempre al fine di contribuire al bene comune e nel vero spirito della sussidiarietà. Infatti, le associazioni sono luoghi dove i cittadini si formano e si motivano alle cause collettive; esse sono scuole di civismo e i membri più attivi, in esse, apprendono i meccanismi sociali e i fondamenti del dialogo interistituzionale.

Di fronte a tutto ciò, quali sono gli impegni che si possono qui tracciare? Io credo che un fondamentale impegno riguardi le nuove emigrazioni: in un quadro di sostanziale arretramento dello Stato italiano verso le comunità emigrate occorre moltiplicare gli sforzi per accogliere e orientare, per dialogare e costruire assieme. Un altro impegno è l’attenzione verso i giovani nati all’estero per mantenere vivo il loro senso d’identità culturale e valorizzarla in termini aggiornati ai tempi che viviamo. Un’identità che si alimenta soprattutto della lingua e della cultura italiana. Giovani che talvolta rivendicano l’italianità in modo conflittuale, ma che spesso è affermata con pacata soddisfazione dai giovani che l’hanno in qualche modo sublimata, insieme ad altri stimoli ed elementi.

Il Comitato promotore degli Stati Generali dell’associazionismo italiano nel mondo ha deciso volutamente di organizzare l’evento nel 2015, l’anno dell’Expo di Milano che aprirà i battenti il primo maggio prossimo e che nel frattempo è diventato la parola magica per l’Italia. Expo Milano significa vetrina, cultura, rappresentanza, diplomazia, cioè tutto ciò che può contribuire a migliorare e far crescere il valore globale, anche il PIL, dell’Italia. A patto che si dia dimostrazione di efficienza e capacità. I numeri parlano di 20-22 milioni di visitatori attesi durante i 184 giorni di Expo Milano 2015.

Si deve ritenere che l’evento avrà ricadute positive in ambito socio-economico non solo sull’area espositiva, ma su tutto il territorio nazionale sviluppando una piattaforma di confronto di idee e soluzioni legate al tema dell’alimentazione e alla sostenibilità ambientale. Ma anche ai patrimoni culturali e artistici che proprio nei mesi estivi, coincidenti con l’Expo, ispirano e animano tantissimi eventi culturali promossi nelle Regioni italiane.

In tale prospettiva gli italiani residenti all’estero rappresentano una grande opportunità che non può essere dispersa, perché visitare i luoghi nativi o di origine, durante Expo2015, significa immergersi in diversi distretti industriali che producono, elaborano ed esportano il meglio della cultura e della civiltà enogastronomica italiana. Ma significa anche rafforzare il legame che unisce le comunità emigrate con i loro Comuni e con la loro Regione, che nel caso delle terze e quarte generazioni coincidono spesso con il luogo di origine dei propri nonni.

Io credo che qualsiasi progetto politico che voglia affrontare in maniera attiva la questione della proiezione internazionale dell’Italia non possa ignorare il ruolo prezioso delle comunità italiane nel mondo e il ruolo che esse potranno avere in un contesto globalizzato e competitivo, dove altri Paesi vedono le proprie comunità come vere e proprie “teste di ponte” per allargare la propria influenza, grazie anche al ruolo incisivo della diplomazia relazionale che esse riescono a sviluppare.

Grazie al coordinamento delle Regioni italiane e all’impegno profuso da Silvia Bartolini le comunità italiane all’estero non sono finite in un cono d’ombra, anche se francamente Expo Milano poteva fare di più, anche in termini di tempestività.

Io mi auguro, signore e signori, che unendo le nostre energie saremo più incisivi, saremo più ascoltati e sempre più presi in considerazione. L'unione fa la forza, si dice. Io ci credo.

Grazie ancora per avere accolto il nostro invito.