Guardare alle migrazioni in modo diverso

Gli spostamenti di persone da un paese a un altro,da quando l’uomo è diventato stanziale, non sono mai stati visti di buon occhio né dalle popolazioni né dalle istituzioni. Infatti, è ancora oggi diffusa la convinzione che le virtù prevalenti risiedano nell’attaccamento alla propria terra (primario fattore di produzione) o nei valori che a essa appaiono più collegati: la famiglia, la parentela, il vicinato, intese come sedi di soluzione dei problemi materiali e affettivi. Così pure le idee di comunità e dei valori civicisi fondanotuttora prevalentementesull’identificazione dell’uomo col suo territorio. Nondimeno le grandi religioni implementano il loro messaggio quando lo rivolgono a“comunità”basate su realtà territoriali.L’ebreo errante, come l’olandese volante, nell’immaginario collettivo sono espressioni di chi non trova pace perché è lontano dalla propria terra, perché è un perseguitato o un deviante. Ma anche alcune delle più recenti proposte di superamento dell’attuale crisi –che ambiscono a porsi in alternativa ai discorsi macroeconomicitradizionali di ripresa dei consumi e della crescita economica e finanziaria, proponendo forme aggiornate di baratto e di produzione/consumo – sembrano fondarsi sul rapporto col proprio territorio, spesso in antitesi con i processi di globalizzazione.


Che dal radicamento nella terra scaturiscano valori universali a prescindere da chi la occupi al momento, è dimostrato oggi non solo dal fatto che appena il 3% della popolazione mondiale pare investita dai flussi migratori, ma soprattutto dall’ancoraggio costante che mostrano gli stessi migranti nei confronti della terra di origine. La metà di chi espatria, statisticamente, finisce per tornarvi,ei protagonisti delle varie diaspore portano sempre nel cuore la patria d’origine e, se possono, non cessano di avere rapporti con essa per tutta la vita. L’attaccamento alla terra d’origine non i esaurisce neanche dopo che il migrante incomincia a mettere le radici in un altro paese, non solo perchéquelle originarie spesso si allungano sui figli e i nipoti, ma anche perché egli tende a riprodurre nel nuovo contestocaratteri e simboli della culturadi partenza(se ieri c’erano le Little Italy o i ghetti ebraici oggi si assiste alla formazione dei più svariati quartieri etnici nelle più grandi città del mondo). Tuttavia i problemi sono più complessi.
Infatti, quella che per molto tempo è parsa la migliore soluzione esistenziale presenta, in epoca moderna,non poche controindicazioni.L’attaccamento senza soluzioni alla propria terra alla lunga puògenerare disaffezione e stanchezza,oltre al rischio di ridurre la vita delle comunità a un insieme di comportamenti conflittuali e stereotipati; ciò talvolta impediscedi crescere, non solo economicamente, ma anche spiritualmente. La fuga dalla campagna alla città, prima e fondamentale espressione della volontà di “emigrare”,si è posta in qualche modo come la reazionedell’individuo all’appiattimento nel suolo natio: nel giro di due secoli la popolazione mondiale, ha cessato di essere prevalentemente rurale per diventare quasi totalmente urbana,dalventi all’ottanta per cento. I piccoli centri agricoli, un tempo sede privilegiata di tutte le virtù, sono diventati improvvisamente luoghi della memoria e della nostalgia o, peggio, località in cui attende ai residenti solouna vita solitaria esenza prospettive.
La formazione del mondo moderno non a caso è stata avviata dalle scoperte geografiche, che hanno stravolto i modi di vivere di popolazioni abituate alla fissità medievale. Si sono introdotti così nuovi dinamismiinnescatinon solodai grandi movimenti di popoli – come le emigrazioni dall’Europa all’America e all’Oceania –ma anche daquelli, numericamenteassai più rilevanti, avvenuti sulle corte distanze, da regione a regione, da campagna a città. Oggigiorno analoghi fenomeni avvengono tra l’Asia e l’Africa verso l’Europa e l’America e all’interno del continente asiatico e di quello sudamericano. Da questi sono derivati i nuovi valori della modernità basati sul dialogo, la tolleranza, l’accettazione della diversità, il multiculturalismo, ecc.
Tuttavia, se ieri i movimenti di popoli avvenivano in modo scomposto, irruento e abbastanza casuale, magari attraverso le forme della colonizzazione, dell’invasione e della pulizia etnica,giustificate in Occidente dal “fardello dell’uomo bianco”, oggi si vivono forme più programmate e più sofisticate, guidate magari dalle cosiddette politiche di settore. Le preoccupazioni dell’invecchiamento della popolazione mondiale, che, a parte la buona notizia dell’allungamento della vita e della buona salute frutto della migliore qualità dell’esistenza,dovuta anche al progresso scientifico, porta anche quella cattiva del ristagno economico e dello scarso ricambio generazionale. Da qui la necessità di ricercare rimedi specifici. Il deficit giovanile che, in Europa, per esempio, verisimilmente si tradurrà nel tempo in una perdita di competitività economica – nella misura in cui sempre più basso sarà il numerodi chi potrà coprire col proprio lavoro il peso crescente delle pensioni e ne risentirà la creatività e il dinamismo – esige la ricerca di soluzioni a breve termine. Queste soluzioni – se le avvisaglie sono date dalle “badanti” dell’est Europa o dalle domestiche filippine che fronteggiano il lato sociale del problema –potranno provenire, a fronte di una crescita zero della popolazione locale, solo nell’immissione programmata nel Vecchio Continente di consistenti schiere di popolazione giovanili da altri paesi. A maggior ragione quando si scopre che la spinta a nuove imprenditorialità, in tutto il mondo occidentale, proviene proprio dall’immigrazione straniera. La programmazione quantitativa e qualitativa dei flussi, in un futuro non troppo distante, dovrà essere presa in considerazione dai governi e dalle istituzioni internazionali più di quanto non sia avvenuto oggi, in cui rimane affidata ai singoli paesi, spesso in contrapposizione alla maggiore lungimiranza delle seconde. Infatti, i paesi più sviluppati, spesso in ossequio a un moderno egoismo, a parte i ricongiungimenti familiarie i rifugiati politici sembrano accettare quasi esclusivamenteimmigrati con elevate qualità professionali e livelli d’istruzione maggiori oppure imprenditori con capitali sufficienti per impiantare attività mentre i più poveri possono sopravvivere solo svolgendo lavori abbandonati dai residenti e,per giunta, senza protezioni sindacali, magari in condizioni di clandestinità.
L’Unione Europea è un esempio di come la riorganizzazione dei flussi non possa essere lasciata alle autorità locali, limitandosi a livello centrale a dichiarazioni di principio o a finanziare le singole azioni. Al sopraggiungere della buona stagione lo sbarco d’immigrati scuote i paesi di frontiera, come l’Italia, che deve accollarsi la gestione di flussi magari non rivolti a essa in modo specifico, ma alle più evolute economie nordiche. In questo senso non bisogna rigettare perché troppo semplicistiche o perché ispirate a concezioni razziste o a egoismo eurocentrico, le posizioni di chi paventa l’occupazione di posti di lavoro e la perdita di sicurezza. Perché i flussi migratori, da quando i “barbari” incominciarono a irrompere nelle frontiere dell’Impero romano, comportano anche questo genere di problemi. Programmare e riflettere su questi temi oggi è più che mai indispensabile. Soprattutto quando si tratta di aspetti di una medesima realtà, poliedrica e sfaccettata.
Occorre rifuggire da atteggiamenti emotivi non solo davanti ai flussi d’immigrati, ma anche riguardo alle nuove mobilità giovanili, senza stracciarsi continuamente le vesti se i nostri giovani si spostano prevalentemente in Europa. È preferibile ragionare sul piano globale, accettando che le frange giovanilidiano sfogo al naturale impulso alla mobilità, alla curiosità, alla ricerca di novità e di miglioramento della loro condizione come pure che i giovani di altri paesi (le intelligenze,come i semplici lavoratori) possano scegliere il nostro come luogo per realizzarsi. Saranno poi gli stessi interessati – come lo furono i nostri emigrati di un tempo – ad adottare la decisione finale, a stabilire dove è meglio andare, restare o tornare. Avere idee programmatiche sullo spostamento di popolazioni è diverso dall’avere in mente soluzioni semplicistiche, magari presentate come definitive e risolutive. Come possono essere quelle di trattenere i nostri giovani nel paesello d’origine o impedire a quelli di altri paesi di entrare nel nostro. Oppure di illudere i nostri con piccoli incentivi che fermarsi in Italia è bello quando magari finiranno peringrossare la schiera di disoccupati frustrati, perché dopo qualche tempol’incentivo pubblico a rimanere o a rientrare in Italia si è rivelato vano.
Allora che fare? Intanto, in una logica di programmazione rivolta a dare al nostro paese un “profilo” più internazionale, dovremmo improntare il nostro sistema a una maggiore meritocrazia e individuare punti e attività di eccellenza. Dalle varie ricerche sul campo risulta, infatti, che uno dei motivi principali per cui i giovani scappano dall’Italia è la chiusura in tutti i campi rispetto all’intelligenza e al merito. Baronie universitarie, cricche politiche, ordini professionali, logge massoniche, cricche curiali, malavita organizzata, potenti famiglie e parentadi estesi fanno sì che, dai posti pubblici all’università e persino nell’arte,nel giornalismo e nella scienza, in tutte le posizioni circolino sempre gli stessi nomi e cognomi. Analogo discorso va fatto per l’imprenditoria. Anche qui il peso delle leggi e dei regolamenti di settore, accanto alla difficoltà di accedere al credito, ha creato un avviluppo burocratico e fiscale tale da scoraggiare non solo i giovani che volessero intraprendere, ma anche gli stranieri a lanciarsi nei settori industriali. Su questo campo si fanno molti proclami, si parla tanto, ma ben poca gente si vede o si sa che sia al lavoro per cambiare le cose.
Questoè l’apporto che è lecito aspettarsi da un’UNAIE rinnovata e rilanciata. Non una chiusura nella difesa delle tradizionali posizioni del mondo dell’emigrazione ma, facendo appello alla preziosa e consolidata esperienza in questo campo,sarà opportuno battersi perché nella nostra società si affermino sempre di più i principi della meritocrazia, della mobilità e dell’accoglienza.

Aldo Aledda, Vice Presidente Vicario UNAIE