LA PRIMA GUERRA MONDIALE, L’EMIGRAZIONE ITALIANA E LA FORMAZIONE DEL PAESE

Il culmine del pathos è stato raggiunto quando, accompagnate dalla magistrale esposizione dello storico Antonio Pinna, sono scorse sullo schermo le immagini degli abitanti di Asiago, Gallio e Foza in fuga verso la sottostante pianura veneta – in seguito all’offensiva austriaca dal Trentino del maggio 1916 – che si imbattevano nei repartidella Brigata “Sassari” inviati a difendere l’ultimo baluardo montano dell’Altopiano dei “Sette Comuni”, in provincia di Vicenza.

I volti stupiti e pieni di speranza dei vecchi montanari e le grida terrorizzate delle donne di Valstagna “Salvate le nostre creature”, incrociavano gli sguardi cupi e silenziosi dei soldati sardi – che la pubblicistica austriaca aveva definito i “Roten Teufel” (i “Diavoli Rossi”) per il valore espresso in combattimento – ha costituito uno di quei tasselli morali che, più di ogni altro gesto, hanno contribuito a “fare” l’Italia. Si stabiliva, in quel momento, quel legame indissolubile tra le Popolazioni Venete e le Genti di Sardegna, accomunate dallo stesso tragico destino nell’ora del pericolo e nel non meno triste fenomeno della forzata emigrazione registrata alla vigilia del conflitto e nel successivo dopoguerra.

Non a caso, l’evento culturale tenutosi nella Sala Consiliare del Comune di Sant’Antioco il 29 agosto u.s., ha trovato quale ente organizzativo un’Associazione che nel nome “Un Ponte fra Sardegna e Veneto” a tali vincoli storici e di Amicizia si ispira, e dove la preposizione “fra” sta per “Fratellanza” fra due Regioni distanti geograficamente tra loro eppure accomunate dai tragici eventi del Primo Conflitto Mondiale.

L’Associazione, che ha sede a Noale (VE), è composta da soci di entrambe le Regioni e la sua Presidente, Elisa Sodde (che è anche Vicepresidente del CEDISE), è stata la valida coordinatrice della Manifestazione da lei fortemente voluta nella sua cittadina natale, nella quale il Sindaco Mario Corongiu, da degno padrone di casa, ha portato ai presenti il saluto e il plauso della comunità sulcitana.

A completamento dell’interessante esposizione storica, Antonio Quartu, Sindaco di Armungia (CA) Comune capofila del progetto di recupero dei siti storici legati alla presenza delle Unità sarde sull’Altopiano dei “Sette Comuni”, ha consegnato le pergamene contenenti l’Atto di Donazione del cimitero di guerra di Casara Zebio, da parte del Comune di Asiago, ai Sindaci dei Comuni del Sulcis-Iglesiente dai quali provenivano una parte dei 218 soldati sardi della Brigata “Sassari” caduti nella Grande Guerra e che dormono il sonno eterno nel grembo delle montagne vicentine.

Le guerre sono fenomeni esecrabili, vanno evitate per quanto possibile ed è giusta l’affermazione che qualsiasi pace precaria valga più di una guerra. Questo sentimento correva nel cuore e sulle labbra di tutti i presenti alla manifestazione ed è stato espresso con particolare forza dai rappresentanti delle comunità facenti parte del Comitato dei 131 Comuni sardi che hanno aderito al progetto di recupero di queste aree sacre alla memoria, coordinati da Antonio Quartu, primo cittadino del Comune di Armungia, il piccolo centro del Gerrei che ha dato i natali al Capitano Emilio Lussu, Ufficiale e memorialista di “Un anno sull’Altipiano” (leader del Partito Sardo d’Azione, fondato dai reduci sardi della Grande Guerra e, in seguito, fondatore, con i fratelli Rosselli, del Partito antifascista “Giustizia e Libertà”) che ai luoghi interessati al progetto di recupero si ispira.

Accanto al coordinatore del Comitato dei Comuni sardi aderenti all’iniziativa e a Barbara Pusceddu, Sindaco di Sinnai, la cittadina che ha dato i natali al 151° Reggimento della Brigata “Sassari” (che, unitamente al gemello 152° Reggimento, fu il reparto italiano più decorato della Prima Guerra Mondiale), le autorità alternatesi negli interventi hanno auspicato la necessità di trarre insegnamento dall’inutile strage, come Papa Benedetto XV definì, al tempo, la Grande Guerra. Pertanto, non poteva mancare il riferimento preoccupato alle attuali crisi nei Balcani, in Ucraina e nel Medio Oriente che, come sapientemente illustrato dal relatore Antonio Pinna, proprio nei nuovi precari equilibri scaturiti da quella guerra trovano le loro origini.

Ma poiché le guerre segnano le tappe della storia dell’Umanità, sono fenomeni che vanno analizzati, studiati ed approfonditi, ricercando negli spunti che la Storia, Magistra Vitae, ci indica, gli utili ammaestramenti sui quali indirizzare le scelte future, evitando il ripetersi degli errori del passato.

Quest’anno sono partite, nel modo più solenne, le celebrazioni della Grande Guerra. La Terra Sarda che, in proporzione agli abitanti, ha dato il maggior numero di Caduti (13,8% contro 10,4 %) tra tutte le Regioni italiane (dimostrando indirettamente che l’Entità attorno alla quale si è compiuta l’unificazione del Paese – il Regno di Sardegna – non era solo un’etichetta), ha dato inizio, con questo evento, ad un programma di rievocazioni storico-culturali di quell’importante periodo della Storia d’Italia, che avrà il suo seguito proprio nelle terre del Triveneto che furono il drammatico scenario della Grande Guerra conclusiva del Risorgimento Italiano.

Anche l’UNAIE, che ha deliberato di svolgere un ruolo attivo nelle celebrazioni di un evento che ha visto una significativa partecipazione di emigrati italiani, era presente all’iniziativa con il Vice Presidente Vicario Aldo Aledda.

Infatti, per gli Italiani nel mondo – conseguenza di una diaspora che non aveva solo origine nella povertà delle masse che, agli albori del secolo scorso, abbandonarono l’Italia, ma anche nel carattere borghese ed elitario in cui si era realizzata l’unificazione del Paese – riconoscersi nella nuova Patria era stato un serio problema.

In senso contrario, agivano non solo le forze d’ispirazione repubblicana mazziniana, molto attive tra gli italiani all’estero, che non avevano gradito la soluzione istituzionale prescelta di tipo monarchico, ma anche quelle dell’internazionalismo operaio che facevano leva sulla forza lavoro che caratterizzava l’emigrazione italiana, per un superamento degli stati nazionali dalla connotazione strettamente borghese in vista della rivoluzione proletaria.

Su queste forze centrifughe rispetto all’idea di nazione agì, almeno fintanto che non fu ritirato il non expedit papale, anche l’ostilità della Chiesa, che non aveva ancora metabolizzato la perdita delle regioni che un tempo costituivano lo Stato Pontificio e perciò vietava ai Cattolici di partecipare alla vita pubblica della nuova Italia. Ruolo significativo perché aveva accompagnato, particolarmente con le istituzioni fondate dai monsignori Scalabrini e Bonomelli, l’avventura degli Italiani all’estero.

Ebbene, proprio la Prima Guerra Mondiale (bisogna riconoscere, anche grazie al montante nazionalismo che la precedette) contribuì a risolvere in parte questi problemi, imprimendo un moto centripeto verso il paese di origine al movimento dell’emigrazione italiana nel mondo, che sembrava dirigersi in direzioni opposte. A partire dalla forte scossa morale che diedero gli avvenimenti della Grande Guerra, infatti, le collettività italiane all’estero, pur non perdendo quel carattere originario regionale e addirittura “paesano”, incominciarono a conciliare questo aspetto con quello di Patria (Terra dei Padri) e di Nazione.

In particolare, per quanto attiene alla componente sarda, il richiamo della Patria all’osservanza nell’ora del pericolo delle sacre leggi del dovere, trovò consenso nelle forme comportamentali dei nostri nonni, regolate dai codici millenari delle leggi non scritte, improntate a sentimenti di Onore, di Rispetto della parola data e Senso di appartenenza a quella Patria che niente aveva fatto se non concedere il visto di espatrio verso altri sbocchi lavorativi e condizioni di vita meno miserevoli, che il neo-nato Stato Italiano non era in grado di assicurare.

E di questo grande senso di Lealtà e di Onore verso la Madre Patria, che con il ripetersi dei grandi flussi migratori del dopoguerra si rivelerà ancora una volta ingrata matrigna, è pieno il cimitero di guerra di quota 1.600 di Casara Zebio, tra le montagne venete bagnate del sangue della nostra migliore gioventù.

Un sacrificio che, quasi un secolo fa, sanciva il forte legame tra i giovani di Sardegna e le popolazioni Venete, reso sacro da vincoli di Amicizia e di Fratellanza che il “Ponte” fra le due Regioni, creato dall’Associazione Culturale di Elisa Sodde, tende a rinsaldare.

(CEDISE)