Una nuova stagione per l’associazionismo italiano nel mondo

(12 maggio 2014) - Con l’aggiornamento del sito e con il nuovo assetto organizzativo che sié datanelle due ultime assemblee – rinnovando le cariche sociali e adattando lo statuto alle nuove esigenze – l’UNAIE si è ulteriormente attrezzata per affrontare le sfide che impone la revisione del rapporto con gli italiani nel mondo.
Non si può negare, infatti, che una stagione si è chiusa e un’epoca egualmente vada concludendosi. Quella che, per intenderci, ha caratterizzato i grandi flussi migratori italiani del Dopoguerra fino agli anni Settanta, intorno ai quali è fiorito e si è perpetuato il tradizionale associazionismo italiano nel mondo che ha accompagnato fin dall’Ottocento il percorso dei nostri connazionali all’estero. Se è vero, come concordano i più autorevoli studi in materia, che la semplice spinta a trovare migliori condizioni di lavoro e di vita all’estero, non sarebbe stata sufficiente a inserire i nostri concittadini nei Paesi di accoglienza senza che si sviluppassero catene migratorie di familiari e corregionali, le nostre associazioni, nazionali e regionali, hanno assolto egregiamente a questo compito. Esse hanno rappresentato un momento indispensabile di solidarietà, un punto di raccordo tra le diverse catene migratorie; non solo, ma hanno organizzato la presenza politica nel Paese ospitante costituendo, il più delle volte, il più autorevole interlocutore delle autorità locali. Grazie anche al loro impegno sono migliorate le condizioni di vita e di lavoro dei migrantiitaliani e, attraverso i canali politici nei quali si sono sapute inserire molte aggregazioni di connazionali, hanno avuto anche il merito di promuovere e far approvare provvedimenti legislativi più favorevoli per la vita e il lavoro dei migranti stessi.


Il più delle volte gli emigrati sono indotti a curare i rapporti più con le famiglie di origine che con il Paese da dove sono partiti, e quest’ultimo, nel tempo, mostra una forte propensione all’oblio dei propri connazionali. L’associazionismo italiano nel mondo si è fatto carico anche di questo problema, tenendo desti i rapporti culturali, economici e politici con la madrepatria battendosi per costituire organismi rappresentativi (Comites, CGIE, rappresentanze parlamentari, ecc.). Sul versante opposto, quello delle nazioni ospitanti, esso ha rappresentato non solo quel momento culturale che tutti conosciamo, ma è riuscito anche a organizzare la presenza politica nel Paese in cui ormai è radicato, come dimostra il discreto numero di parlamentari e di amministratori locali italiani e di origine italiana. Nondimeno, attraverso diversi segmenti dell’associazionismo, si sono sviluppati i primi rapporti economici tra imprenditori italiani e stranieri e molti continuano ancora a seguire queste linee di contatto.
Tuttavia, dobbiamo riconoscere che proprio il tema dell’associazionismo ha bisogno di essere rivisitato. A parte la chiusura, anche vitale, del ciclo migratorio del Dopoguerra, di cui si accennava all’inizio, con il conseguente problema anagrafico, che è visibile in tutti gli organismi rappresentativi italiani nel mondo, esiste il problema delle nuove migrazioni, che non può non incidere su di esso.
In un mondo in cui le persone non hanno mai cessato di passare da una nazione all’altra o da una regione all’altra per i più svariatimotivi – crisi economiche e politiche, cambiamenti climatici, persecuzioni religiose, volontà di migliorare la propria condizione, ecc. – oggi i flussi migratori, anche grazie all’incremento demografico, investono attivamente quasi il tre per cento della popolazione mondiale e coinvolgono, con modalità diverse dal passato, anche l’Italia. Protagonisti sono ancora una volta i giovani (generalmente in età lavorativa, tra i 25 e i 45 anni), mentre lo scenario è dato non più dai soliti Paesi sviluppati che sottraevano braccia a quelli sottosviluppati, bensì da un Occidente che segna il passo e dalle nazioni emergenti che lo accelerano.
Tuttavia lo scenario si presentaancora più complesso. I protagonisti delle nuove mobilità non inviano più le rimesse ai loro familiari, ma spessosono sostenuti da questi ultimi nelle loro nuove esperienze. In un mondo che tiene sempre più chiuse le frontiere e accetta senza problemi solo le elevate professionalità, spesso l’esperienza è destinata a concludersi nel breve termine oppure si finisce per vivere a cavallo tra le due realtà geografiche, quella di partenza e altre scelte di volta in volta. Se non si èdirigenti, professori, ricercatori, professionisti o imprenditori di un certo livello, è fondato il rischio per le nuove migrazioni di vivere, per quanto possibile, nel precariato o nella clandestinità in qualche Paese.
Di fronte a questi cambiamenti il tradizionale associazionismo che si interfacciava col migrante, il più delle volte alla ricerca di opportunità lavorative e in condizioni culturali e di istruzione spesso precarie, ha chiaramente bisogno di rivisitare i propri paradigmi. Se è vero, come dimostrano ricerche più recenti, che i nuovi emigrati possono essere accomunati ai vecchi per l’attaccamento alla terra d’origine e non disdegnano di ritrovare all’estero le espressioni culturali e culinarie, soprattutto, della terra d’origine, è altrettanto vero che rifuggono dalle formule associative tradizionali preferendo quelle virtuali. Inoltre, non amano farsi censire e catalogare, non si iscrivono all’Aire e non si preoccupano di votare. Non c’è dubbio che influisce sulla scarsa attrattiva delle associazioni tradizionali il fattore anagrafico, come pure una vita sociale interna che non rispecchia i gusti e i linguaggi delle giovani generazioni. Lo stesso problema dell’ospitalità e della ricerca del lavoro oggi sembra più efficacemente svolto dai blob, dai forum e i social network, che egualmente fungono da primo livello di socializzazione.
Per quanto riguarda, poi, i livelli professionali più elevati (che comunque oggi costituiscono quasi la maggioranza degli espatri), non sembra vi siano problemi d’inserimento. Tuttavia, a fronte anche di un arretramento sul territorio da parte delle istituzioni italiane (drastica riduzione e accorpamento delle rappresentanze consolari), sembra sempre più insostituibile la presenza di un associazionismo italiano nel mondo, anche perché, a differenza del sostegno su internet, essa assicura una maggiore istituzionalizzazione.
I giovani, che si muovono in Europa alla ricerca di una cittadinanza europea e non tanto per rifuggire da quella italiana, ma spinti dalla sfiducia verso il presente e il futuro del proprio Paese di origine, si forgiano una mentalità internazionale, in un certo senso apolide, che rifugge dalle classificazioni tradizionali e da quelle che ancora insistono a imporre gli Stati. A maggior ragione sentono distante il tradizionale associazionismo, spesso infarcito di patriottismo, retorico, celebrativo ed enfatico. Oppure autoreferenziale, chiuso nelle sue dispute, attento a ricoprire organigrammi nello scacchiere delle istituzioni italiane; cose che poco appassionano le nuove generazioni.
Andare incontroai nuovi flussi migratori, quindi, si può e si deve. Non si può pensare di farlo chiedendo ai giovani uno sforzo unilaterale di adattarsi alle vecchie strutture. Appare più opportuno che siano queste a rinnovarsi, non solo come strumenti (cosa che del resto capita già), ma come comportamenti, cultura, aperture e mentalità.Questo è il percorso nel quale tende porsi la rinnovata UNAIE.
(Franco Narducci, Presidente UNAIE)