DUE CASI CONTRAPPOSTI DI ATTENZIONE AI CONNAZIONALI ALL’ESTERO

A. LA COLONIZZAZIONE CINESE DELL’AFRICA

 

Tre anni fa, al culmine dell’operazione internazionale volta a deporre il Colonello Gheddafi dalla Libia, il mondo fu in qualche modo stupito perché, accanto alle navi da guerra occidentali, al largo del porto di Tripoli, comparve un vascello cinese recatosi solo per ritirare alcune centinaia di connazionali che lavoravano nel paese del dittatore libico. Gran parte dell’opinione pubblica internazionale è convinta che l’Africa sia un continente che alimenti più che altro i flussi migratori, un timore accresciuto dal fatto che, secondo le previsioni dei demografi, nel giro di qualche decennio essa raddoppierà la popolazione e alla fine del secolo si stima che la pelle di metà degli abitanti del pianeta sarà totalmente di color nero. Ciò impedisce di vedere che anche il continente africano in realtà è anch’esso meta d’immigrazione. Ciò è in qualche modo smentito da un libro appena uscito del corrispondente capo dei servizio africani del “New York Times”, Howard French (China’s Second Continent: How Migrants Are Buoilding a New Empire in Africa) che dimostra come in questa parte del mondo s’indirizzi una fetta consistente dell’emigrazione cinese, quantificata al momento in diversi milioni, configurando un fenomeno che, per certi analisti, presenta aspetti di colonizzazione vecchio stile europeo, accanto a quelli d’investimento economico e di sfogo del sovrappopolamento in patria. La Cina, che si accinge a diventare la prima potenza economica nel mondo, tra il 2001 e il 2010, avrebbe concesso all’Africa prestiti per circa 68 miliardi di dollari (dodici e mezzo in più di quelli erogati dalla Banca Mondiale). Alla base di questa politica qualcuno ha scorto un disegno di colonizzazione di stile europeo del continente africano in previsione anche del fatto che, a fronte del previsto raddoppio della popolazione vi sarà la necessità di aumentare in proporzione il cibo, l’abbigliamento, i servizi, ecc.. La volontà politica cinese di espandersi nel Continente nero sarebbe dimostrata, in particolare, dal fatto che il parlamento di quel paese, nel 2011, avrebbe approvato un provvedimento che mirava a spostare col tempo nel continente africano almeno cento milioni di abitanti. Tuttavia, secondo Howard French, questi intendimenti politici, peraltro ancora tutti da verificare, nulla tolgono alla natura dei nuovi flussi migratori cinesi che sembrerebbero avvenire più all’insegna della ricerca di un maggiore business da parte dei singoli migranti che del desiderio di impiantare in quel continente valori tipici della propria terra (aspetto quest’ultimo abbastanza osteggiato dagli africani che comunque non sembrerebbero vedere troppo di buon occhio l’immigrazione cinese). Certamente i benefici a favore della madre patria saranno innegabili se non altro perché precedenti studi internazionali testimonierebbero che quasi l’ottanta per cento degli investimenti stranieri in Cina provengono dalle aeree a più forte insediamento di questo popolo del Levante.

Come vi vede la prospettiva è un mondo destinato a mescolarsi sempre di più grazie ai movimenti dei popoli e che rende improduttivo e antistorico opporsi a forze ed eventi di tale portata.

 

B. LA DIASPORA BRITANNICA

 

Che i cittadini di Sua Maestà Britannica si muovessero in tutto il mondo è un dato storico scontato, vista la potenza e la longevità dell’Impero britannico. La lingua inglese che tutto il mondo oggi parla è anche retaggio di codesta mobilità, non solo di un imperialismo culturale. Ma dal passare a essere conquistatori e colonizzatori a normali migranti, come tanti altri paesi, ce ne passa. Invece, secondo la Banca Mondiale, la diaspora britannica, che raggiunge i cinque milioni di persone, è la più gande dei paesi ricchi e l’ottava a livello mondiale. Ovviamente non si tratta più dei pensionati inglesi che si trasferivano nelle più assolate regioni del mediterraneo – come la Spagna e la Costa Azzurra – ma di nuovi flussi costituiti per lo più da giovani laureati che si spostano in Nord America e in Asia (i dati del Office for National Statistics britannico precisano che, mentre l’emigrazione britannica in genere è diminuita, con la crisi, del 19%, quella giovanile, tra i 15 e i 24 anni, invece è cresciuta del 8%). Il dato di raffronto più curioso per l’Italia è che, mentre noi ci lamentiamo che non esiste una politica del governo favorevole ai nostri concittadini all’estero, proprio i britannici dicono: “Fossimo noi come la Francia e l’Italia, che serbano almeno seggi in Parlamento ai propri connazionali all’estero!”. L’accusa dell’autorevole settimanale britannico The Economist del 9 agosto 2014 è che il governo inglese non è capace di sfruttare per nulla una simile presenza di inglesi all’estero in termini di ritorni economici. Infatti, non fa assolutamente parte di quei 110 paesi su 193 membri delle Nazioni Unite che hanno formali programmi in favore dei propri concittadini all’estero. Non solo, ma a differenza di paesi come l’India (che addirittura ha un apposito ministero come lo avevamo noi un tempo) e la Nuova Zelanda che mantengono relazioni e assicurano un posto in caso di rientro dei propri concittadini, la “perfida Albione” mostra il più grande disinteresse nei confronti dei suoi connazionali (che peraltro ricambiano le attenzioni evitando ogni tipo di relazioni con consolati britannici all’estero). In più le autorità di quel paese sono accusate di rimanere del tutto passive rispetto alla fuga dei loro giovani, indifferenti al fatto che paesi come la Germania, la Cina e gli stati Uniti siano sempre a caccia di talenti nelle università britanniche. Come dire: tutto il mondo è paese!