Signor Presidente della Repubblica,

Siamo a scriverLe a nome di moltissimi cittadini italiani residenti nella Svizzera Orientale, che tra poco saranno colpiti dalla chiusura del Consolato Italiano di San Gallo, decretata dalla Ministra degli Affari Esteri Mogherini, senza alcuna conoscenza dell’emigrazione italiana che qui risiede, senza tener in debito conto la sua ultra centenaria storia economica, culturale e sociale e senza conoscere l’importanza dei rapporti tra l’Italia e la città di San Gallo, sede di scuole e istituzioni italiane, di un’Università che ospita una prestigiosa Cattedra di Lingua e Letteratura Italiana, di un Symposium Universitario Internazionale annuale sui problemi di macro e micro economia, di una Fiera Campionaria alla quale più volte sono state ospiti regioni e città italiane, senza contare poi, che nella regione grigionese - a Davos- ogni anno si riuniscono i Grandi dell’Economia al World Ecomic Forum. Anche il Principato del Liechtenstein resterebbe privo della vicina rappresentanza consolare italiana di San Gallo, dopo che un Suo predecessore, il Presidente Cossiga, durante una visita di Stato nel Principato, aveva inaugurato – anzi cementato - nuovi duraturi rapporti consolari tra i due Stati.
Una comunità di 56'000 cittadini italiani (senza contare completamente i doppi cittadini) verrà privata del tutto dei servizi consolari (allo stato attuale l’Amministrazione degli Affari Esteri non ha lasciato intendere alcuna istituzione di servizi sostitutivi) e la nostra emigrazione, costituita anche da moltissimi emigrati di prima generazione (70-80enni) si vedrà costretta a recarsi a Zurigo (distante 100 chilometri) perfino per una certificazione di esistenza in vita, oggi necessaria almeno una volta all’anno per questioni previdenziali italiane.

Caro Presidente,
vorremmo che Lei sapesse che anche noi riteniamo che il nostro Stato debba revisionare la spesa pubblica per apportare risparmi al bilancio, ma non comprendiamo per quali motivi si sia arrivati alla soppressione del Consolato di San Gallo, dato che tale provvedimento non apporterebbe alcun risparmio effettivo. Sulle motivazioni di tale scelta non è stata data mai alcuna risposta; da fonti di stampa italiana abbiamo appreso che ciò sarebbe dovuto alla “spending review”, ma se tale è la motivazione ci venga spiegato dove e quanto risparmia lo Stato Italiano, considerato che lo stabile del Consolato è demaniale e gli otto attuali impiegati sarebbero trasferiti al Consolato di Zurigo. Si risparmierebbero le spese di corrente elettrica e forse quelle del telefono a fronte però del disagio e dell’aggravio di spesa per tutti gli italiani della regione.

Per tutti questi motivi vorremmo che Lei, signor Presidente, comprendesse e facesse comprendere ai rappresentanti del Governo Italiano che L’accompagnano, la delusione e la protesta della nostra comunità, che si è manifestata sotto varie forme – tutte ignorate prima dalla Ministra Bonino e ora dalla Ministra Mogherini– e che si esprimerà con una fiaccolata serale per le vie di San Gallo, il prossimo giovedì.

Caro Presidente, ci rivolgiamo ai Suoi alti uffici per chiederLe di far rivedere l’intervento del nostro Paese verso la Comunità Italiana in Svizzera, che nella sua eccezione non è parte delle Istituzioni Europee e che necessita di servizi diversi da quelli previsti per i Paesi dell’Unione Europea.
La Comunità italiana della Svizzera Orientale non desisterà, signor Presidente, dalla difesa del suo consolato, presidio di cultura e d’italianità per tutta la regione.
Con i sensi della più alta stima.

San Gallo, 19.05.2014

Michele Schiavone – Membro del Consiglio di Presidenza del CGIE
Sergio Giacinti – Presidente Comites San Gallo
Theo Palmisano - Portavoce del Comitato di Lotta contro la chiusura del Consolato di San Gallo
Rolando Ferrarese – Responsabile del Centro Socio Culturale Italiano di San Gallo

 

Centro Socio Culturale Italiano- Unterer Graben 1 – CH 9000 San Gallo – Fax +4171 223 76 09

(12 maggio 2014) - Con l’aggiornamento del sito e con il nuovo assetto organizzativo che sié datanelle due ultime assemblee – rinnovando le cariche sociali e adattando lo statuto alle nuove esigenze – l’UNAIE si è ulteriormente attrezzata per affrontare le sfide che impone la revisione del rapporto con gli italiani nel mondo.
Non si può negare, infatti, che una stagione si è chiusa e un’epoca egualmente vada concludendosi. Quella che, per intenderci, ha caratterizzato i grandi flussi migratori italiani del Dopoguerra fino agli anni Settanta, intorno ai quali è fiorito e si è perpetuato il tradizionale associazionismo italiano nel mondo che ha accompagnato fin dall’Ottocento il percorso dei nostri connazionali all’estero. Se è vero, come concordano i più autorevoli studi in materia, che la semplice spinta a trovare migliori condizioni di lavoro e di vita all’estero, non sarebbe stata sufficiente a inserire i nostri concittadini nei Paesi di accoglienza senza che si sviluppassero catene migratorie di familiari e corregionali, le nostre associazioni, nazionali e regionali, hanno assolto egregiamente a questo compito. Esse hanno rappresentato un momento indispensabile di solidarietà, un punto di raccordo tra le diverse catene migratorie; non solo, ma hanno organizzato la presenza politica nel Paese ospitante costituendo, il più delle volte, il più autorevole interlocutore delle autorità locali. Grazie anche al loro impegno sono migliorate le condizioni di vita e di lavoro dei migrantiitaliani e, attraverso i canali politici nei quali si sono sapute inserire molte aggregazioni di connazionali, hanno avuto anche il merito di promuovere e far approvare provvedimenti legislativi più favorevoli per la vita e il lavoro dei migranti stessi.

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Gli spostamenti di persone da un paese a un altro,da quando l’uomo è diventato stanziale, non sono mai stati visti di buon occhio né dalle popolazioni né dalle istituzioni. Infatti, è ancora oggi diffusa la convinzione che le virtù prevalenti risiedano nell’attaccamento alla propria terra (primario fattore di produzione) o nei valori che a essa appaiono più collegati: la famiglia, la parentela, il vicinato, intese come sedi di soluzione dei problemi materiali e affettivi. Così pure le idee di comunità e dei valori civicisi fondanotuttora prevalentementesull’identificazione dell’uomo col suo territorio. Nondimeno le grandi religioni implementano il loro messaggio quando lo rivolgono a“comunità”basate su realtà territoriali.L’ebreo errante, come l’olandese volante, nell’immaginario collettivo sono espressioni di chi non trova pace perché è lontano dalla propria terra, perché è un perseguitato o un deviante. Ma anche alcune delle più recenti proposte di superamento dell’attuale crisi –che ambiscono a porsi in alternativa ai discorsi macroeconomicitradizionali di ripresa dei consumi e della crescita economica e finanziaria, proponendo forme aggiornate di baratto e di produzione/consumo – sembrano fondarsi sul rapporto col proprio territorio, spesso in antitesi con i processi di globalizzazione.

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IMU, DAL 2015 LE ABITAZIONI SFITTE DEI PENSIONATI ISCRITTI ALL’ AIRE SARANNO CONSIDERATE PRIMA CASA

il Senato ha approvato un emendamento al DL Emergenza abitativa, con il quale a decorrere dal 1° gennaio 2015 sarà esentata dal pagamento IMU la unità immobiliare (una e solo una) posseduta dai pensionati italiani residenti all’estero ed iscritti all’AIRE, a condizione che non risulti locata o data in comodato d’uso.

Inoltre, sempre dal gennaio 2015, anche le imposte comunali Tari e Tasi saranno, per ciascun anno, ridotte nella misura di due terzi.

Il presidente dell’UNAIE, On. Franco Narducci, commenta positivamente la notizia che corona le battaglie iniziate dall’epoca in cui egli stesso sedeva nel parlamento.

Alle 8,10 dell’8 agosto, le campane di Marcinelle, in Belgio, hanno ricordato con i loro mesti rintocchi i 262 minatori morti nell'incendio sviluppatosi nella miniera di carbone di Bois du Cazier. Era l'8 agosto del 1956, e qui – in quella che è ormai ricordato come uno degli eventi più drammatici nella storia dell'emigrazione italiana – morirono, a fianco di tanti minatori belgi, francesi, tedeschi, polacchi, ucraini, russi, greci, ungheresi, olandesi, inglesi, anche 136 nostri connazionali, giunti in Belgio da 13 regioni della penisola, alla ricerca di una fortuna che, purtroppo, perì insieme a loro, in fondo a questa miniera.

 

L'agghiacciante tragedia consentì di portare alla ribalta le condizioni disumane in cui erano costretti a scavare i minatori in Belgio (scarsissime garanzie di sicurezza, lavori durissimi e praticamente nessuna tutela sanitaria) e diede il via all'elaborazione di una regolamentazione più severa nelle miniere; ma segnò anche un massiccio rallentamento del flusso dell'emigrazione italiana in Belgio, frutto di un accordo economico tra i governi dei due Paesi che prevedeva l'invio di 50 mila lavoratori italiani in cambio di carbone. I lavori nei giacimenti di Marcinelle ripresero nell'aprile del 1957. L'inchiesta sulla sciagura si aprì nel 1959 a Charleroi, nel 1961, portò alla condanna a sei mesi il direttore dei lavori, Adolphe Calicis, chiudendo così la vicenda. La miniera verrà definitivamente chiusa nel 1967.

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